Le “dive” nello sguardo di Chiara Samugheo, icona della fotografia

L’avevano chiamata Chiara (dal latino clarus ovvero “luminoso”) diventerà ‘la fotografa delle Stelle’. Chiara Paparella, ancora minorenne (18 anni), decide di lasciare Bari – sua città natale e la città di San Nicola – nei primi anni della speranza (1953), approdando a Varese e seguendo una delle correnti migratorie che dal Sud raggiungevano qualche parente – già insediatosi – in quel Nord Italia pieno di opportunità, attrazioni e ambizioni.

Il successivo salto verso Milano, città in grande fermento, non tarda. Gli incontri in ambienti artistici e intellettuali non mancano, così come le occasioni di poter incrociare e contattare personalità del calibro di Giorgio Strehler, Pier Paolo Pasolini, Enzo Biagi o Dino Buzzati. Entusiasmo ed eccitazione, in quel periodo, accendono speranze e infondono coraggio.


Di lì a poco le proporranno di fare l’attrice, ma le raccomanderanno di cambiare nome e usare uno pseudonimo: lei rifiuterà la prima e accetterà la seconda, accogliendo la proposta di sostituire Paparella col nome di un comune nel cuore della Barbagia sarda ‘Samugheo’, come quello dell’altro santo più venerato in Puglia ancor prima del Vescovo di Mira, l’Arcangelo San Michele.
Una sorta di maschera virtuosa: metafora e foto di quei Mamutzones tipici del borgo in provincia di Oristano.

A suggerirle la soluzione è il sardo Pasquale Prunas, un grafico intellettuale direttore della rivista Sud, nella cui redazione si alternavano personaggi come Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Alberto Moravia, Vasco Pratolini, Francesco Rosi, Rocco Scotellaro e altri, che sta per lanciare un nuovo settimanale “Le Ore”. Nelle intenzioni del fondatore un giornale “da vedere”, in cui il racconto si dipana attraverso le fotografie.

Prunas la incoraggia verso un’attività inesplorata, donandole una Contax e dicendole: “Perché non provi?” Fu come un anello di fidanzamento, visto che Pasquale Prunas diventerà il compagno della vita. “Sono arrivata a Milano appena diciottenne e senza un’idea precisa di cosa avrei voluto fare nella vita. Certamente non sarei tornata indietro, dalla mia famiglia a Bari. Dovevo assolutamente dimostrare che una donna poteva realizzarsi, seguendo le proprie inclinazioni e mettendo a frutto le proprie qualità”, ricordava Chiara Samugheo in un’intervista a Renato Longo.

“Per la mia prima uscita, Prunas mi mandò a Predappio, a fotografare i parenti di Benito Mussolini.
L’articolo venne pubblicato sul n. 46 nel marzo del 1954 col titolo: “I Mussolinidi”. Il mio esordio nel mondo del fotogiornalismo! Visti i buoni e incoraggianti risultati, mi recai a Napoli, per un reportage su don Mario Borrelli, il prete che a Napoli raccoglieva dalla strada i bambini orfani e affamati e cercava di dare loro ospitalità e istruzione nella Casa dello Scugnizzo (Le Ore, n.69 settembre 1954). Seguirà, poi, un servizio a Galatina per Le invasate ovvero le Tarantolate, pubblicato nel 1955 con un testo di Emilio Tadini”.

E’ un lavoro che le piace, anche perché con la macchina fotografica può documentare e denunciare le cose negative che assillano il Paese, ancora in fase di ricostruzione, materiale e morale, dopo la sciagura bellica. E’ un occhio sulle prospettive di speranza diffusa e di stimoli, più o meno spontanei, che caratterizzavano un’Italia in ripresa. Dove però una donna che fotografa era ancora vista come una curiosa e anomala novità.

Chiara Samugheo

Un secondo servizio su “I bambini di Napoli” – accompagnato dai testi di Domenico Rea – convincerà Guido Aristarco, direttore di “Cinema Nuovo” e amico di Prunas ad affidarle, l’anno successivo, due incarichi da svolgere durante la Mostra del Cinema di Venezia. E’ la svolta. “In una pausa di lavoro ricordava ancora Samugheo – incontrai per caso l’attrice tedesca Maria Schel sulla spiaggia dell’Excelsior. Per ingannare il tempo, le scattai qualche foto a colori, così, senza uno scopo preciso. Questi scatti finirono sul tavolo di Aristarco e una foto di Maria Schell venne apprezzata al punto da diventare la copertina del numero di ottobre del 1956 di Cinema Nuovo.

Il fascicolo andrà esaurito nelle edicole e Aristarco, attribuendo il merito alla mia immagine, mi
affiderà il compito di realizzare molte fotografie, soprattutto di attrici, per le sue copertine”. Sono gli anni d’oro del Cinema e le foto di Chiara Samugheo, servizio dopo servizio, copertina dopo copertina, diventano sempre più richieste e talvolta addirittura “ambite”. A questo si aggiunge il trasferimento a Roma, per seguire il suo compagno che nel frattempo è stato chiamato a dirigere il quotidiano ‘Il Messaggero’. Cinecittà e l’interazione con i grandi registi italiani, Fellini, Visconti, Antonioni e Zeffirelli, nonché la frequentazione di maestri della moda – a partire da Valentino – le assicurano l’aura di ‘prima donna del fotogiornalismo’.

La dote che tutti le riconoscono è l’affascinante capacità di rendere elegantemente ‘popolari’ le
dive che Hollywood aveva mitizzato: Chiara ritrae la bellezza delle attrici in modo che tutti possano immaginare di ‘potercela fare’, le star smettono di essere dee e diventano persone in cui tante ragazze possono identificarsi. Una spinta motivazionale straordinaria in un’Italia che si sente sempre più protagonista e sempre più fulcro delle attenzioni internazionali.

Una sorta di sintesi dell’influenza ‘macchiaiola’ prima e ‘impressionista’ poi, che la spinge a fare il
salto dal bianco e nero, per dare corpo e forma al colore che diventa ulteriore strumento narrativo:
capace di delineare contorni identitari originali e particolari, tanto da portare alcuni commenti critici a parlare di ‘poetica della fotografia’ o di ‘fotografia poetica’.

Tutto questo è quanto racconta e rievoca la Mostra “Il tempo delle dive” – Attrici e donne dello spettacolo nello sguardo di Chiara Samugheo allestita nella Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’ di Bari, fino al 3 maggio 2026, con la presentazione di 44 ritratti vintage di Claudia Cardinale, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Monica Vitti, Sandra Milo, Catherine Spaak, Raffaella Carrà e altre. Un tributo, esaltato e partecipato durante il Fuori BIF&ST 2026, all’estro e alla professionalità di un’artista meridiana, che ha saputo affermarsi nel mondo, puntando sull’autenticità dello scatto e sulla complicità del soggetto ‘messo a fuoco’. Come nel 1962, a Roma, quando Alfred Hitchcock accettò di giocare con ironia con l’obiettivo di Chiara. Una sequenza esilarante, in cui il regista lava i pavimenti, sbadiglia, gioca e si lascia coinvolgere.

Alla sua porta un giorno si presentò un signore molto distinto: “Mi chiamo Henri Cartier-Bresson e
vorrei conoscerla. Ho visto i suoi lavori e li apprezzo molto”. Finirono, seduti sul tappeto in salotto,
a magiare pollo arrosto e patatine fritte, fotografandosi a vicenda.

“Il tempo delle dive” si può visitare sino al 3 maggio.

gelormini@gmail.com