Quando il vino smette di vendere, l’enoturismo fa crescere i territori

Nonostante il rallentamento dei consumi di vino a livello globale, l’enoturismo continua a rappresentare uno dei segmenti più dinamici del turismo italiano. A confermarlo è il rapporto “Quando il vino incontra il turismo – Numeri e modelli delle cantine italiane”, presentato oggi a Hospitality – Il Salone dell’Accoglienza di Riva del Garda, a cura di Roberta Garibaldi, presidente di Aite, associazione italiana turismo enogastronomico, in collaborazione con Srm centro studi e ricerche del Gruppo Intesa Sanpaolo.

Lo studio fotografa un settore in crescita, capace di generare valore economico e territoriale in controtendenza rispetto ai consumi di vino, scesi nel 2023 ai minimi storici dal 1961. A livello globale, l’enoturismo vale oggi 46,5 miliardi di dollari, con l’Europa che concentra oltre la metà del mercato e l’Italia tra i Paesi leader. Le prospettive restano positive, con una crescita media annua stimata del 12,9%, trainata dalla domanda di esperienze autentiche e legate al territorio.

In Italia, tuttavia, il potenziale non è ancora pienamente espresso. Le visite in cantina sono ancora dominate dal pubblico domestico: il 55% dei visitatori è composto da turisti italiani, quota che sale al 62% includendo residenti e visitatori di prossimità. Gli enoturisti stranieri rappresentano il 32%, una percentuale inferiore rispetto ad altri Paesi europei, segnalando ampi margini di sviluppo sul fronte dell’incoming internazionale.

Un altro nodo strategico riguarda la destagionalizzazione. Oggi primavera ed estate concentrano il 68% delle visite, mentre l’autunno – periodo chiave per l’enoturismo in altri mercati come la Francia – resta sottoutilizzato. Pesano anche modelli organizzativi ancora poco strutturati, con molte cantine chiuse durante festività e periodi di maggiore affluenza, soprattutto nelle realtà di piccole dimensioni.

Il rapporto evidenzia inoltre una frammentazione della governance territoriale, affidata a una molteplicità di soggetti spesso non coordinati. Eppure, il 62% delle aziende si dichiara disponibile a contribuire alla creazione di un consorzio pubblico-privato per il marketing territoriale, segnale di una crescente volontà di fare sistema.

Sul fronte degli investimenti, il settore mostra vitalità: tra il 2022 e il 2024 ha investito il 77% delle imprese enoturistiche, con una quota media pari al 14% del fatturato. Le aziende più strutturate registrano migliori performance economiche e una maggiore capacità di generare valore anche per i territori, con un impatto che supera i 150 euro di valore aggiunto per presenza turistica.

L’enoturismo si conferma così una leva strategica non solo per le cantine, ma per l’intero ecosistema turistico italiano: uno strumento capace di favorire destagionalizzazione, sviluppo delle aree interne e integrazione tra agricoltura, cultura e turismo, a condizione di una governance più coordinata e di una visione condivisa di lungo periodo.

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