
Poche volte, nella vita professionista di un giornalista, capita di acquisire posizioni diametralmente opposte in merito alla stessa notizia: il self check in. Parliamo di turismo e dell’identificazione degli ospiti al momento in cui arrivano in B&B, case vacanza, locazioni turistiche, ma anche negli alberghi. Una vicenda su cui si è espresso il Consiglio di Stato.
Scrive Fare, la Federazione associazioni ricettività extralberghiera: “Il Consiglio di Stato conferma che la sicurezza è prioritaria, ma chiarisce che l’identificazione degli ospiti può essere effettuata anche tramite strumenti tecnologici. Una precisazione che dà ragione alla linea proposta da Fare e ribalta l’idea che il check-in debba avvenire soltanto in presenza”.
Fare poi spiega; “Il Consiglio di Stato, infatti, accogliendo il ricorso del Ministero dell’Interno contro la decisione del Tar Lazio sulla circolare 38138/2024, ribadisce, sì, la centralità dell’identificazione de visu, ma precisa che essa non deve necessariamente avvenire “di persona”, bensì può essere effettuata con “appositi dispositivi di videocollegamento” o strumenti equivalenti capaci di verificare l’identità dell’ospite hic et nunc, ovvero nell’immediatezza. La circolare – si legge ancora – ha natura meramente interpretativa e non può introdurre obblighi non previsti dalla legge”.
La federazione quindi chiarisce che “per l’extralberghiero la sentenza rappresenta la conferma che i sistemi di verifica digitale sono compatibili con la legge e possono, se ben progettati, aumentare la sicurezza”
Cosa dicono, invece, gli albergatori: “Il Consiglio di Stato, con sentenza del 21 novembre 2025, accogliendo le istanze del Ministero dell’Interno e di Federalberghi, ha annullato definitivamente la sentenza del Tar Lazio del 27 maggio scorso che aveva sospeso l’efficacia della circolare del Viminale sul riconoscimento de visu degli alloggiati. La decisione del massimo organo di giustizia amministrativa ribadisce dunque che i gestori di tutte le strutture ricettive, incluse le unità immobiliari destinate alle locazioni brevi, oltre a ricevere il documento d’identità dell’ospite e a trasmetterlo all’autorità di pubblica sicurezza, devono effettuare il riconoscimento delle persone alloggiate verificando di persona la corrispondenza tra il titolare del documento e l’effettivo ospite della struttura”.
Attraverso una nota, Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, ricorda che “questa procedura contribuisce a elevare in maniera significativa i livelli di sicurezza, a vantaggio sia degli ospiti delle strutture ricettive sia della cittadinanza, a partire dalle persone che subiscono i disagi derivanti dall’abitare nei palazzi in cui si registra un continuo viavai di persone sconosciute, dirette agli appartamenti affittati ai turisti”. Bocca poi rincara la dose: “Il riconoscimento de visu degli alloggiati comporta un impegno che gli albergatori (così come i gestori di residence, bed and breakfast, affittacamere e campeggi) assolvono da sempre con grande senso civico, consapevoli delle ricadute positive di cui beneficia tutta la comunità, come dimostrano i recenti casi in cui sono stati individuati e catturati pericolosi malviventi”, dando quindi per scontato che il presunto vantaggio del self check in riguardi property manager o gestori di case adibite all’accoglienza turistica. Come se, insomma, quest’ultima categoria non fosse interessata alla sicurezza e a verificare chi risiede in via temporanea nelle proprietà di famiglia.
“De visu” spiegano ancora da Fare, significa controllo effettivo dell’identità, non necessariamente controllo fisico in presenza. Il Consiglio di Stato cita esplicitamente dispositivi come videocitofoni, spioncini digitali, QR code con fermo immagine o altri strumenti idonei a garantire l’effettiva corrispondenza tra ospite e documento.
Si tratta della stessa soluzione avanzata da Fare nell’incontro di aprile al Viminale, quando la Federazione fu l’unica a proporre un equilibrio tra sicurezza e innovazione, mentre altre sigle chiedevano la totale automazione senza verifica visiva. Aggiungendo: “La decisione chiarisce tre elementi chiave: il Ministero vince il ricorso, ma la circolare resta un documento interpretativo, non prescrittivo; l’identificazione può essere digitale, purché garantisca un controllo reale e immediato; l’interpretazione del Consiglio di Stato, secondo cui negli alberghi la presenza fisica al desk è “condizione necessaria”, apre un tema rilevante per il settore alberghiero, in cui invece molte strutture hanno adottato procedure automatizzate di check-in, che evidentemente adesso dovranno essere dismesse per stessa affermazione delle loro associazioni di categoria.
Per l’extralberghiero, la sentenza rappresenta la conferma che i sistemi di verifica digitale sono compatibili con la legge e possono, se ben progettati, aumentare la sicurezza. Concludono quindi da Fare: “La sentenza riconosce una verità semplice: la sicurezza è fondamentale, ma non può ostacolare l’evoluzione tecnologica. Il Tulps è del 1931. Oggi, il mondo, e il turismo, sono cambiati. Se esistono strumenti di videocollegamento che garantiscono un’identificazione certa, usarli non solo è possibile, ma sensato. La linea giusta è quella proposta da Fare: sicurezza, sì, ma con l’ausilio della tecnologia”.
Infine, chiosa la vice presidente di Fare e presidente regionale di Aep, Cinzia Capozza: “Il caos generato questa mattina su dichiarazioni confusamente distorte non dà onore alla verità. È ora che gli albergatori si assumano la responsabilità e conducano il lavoro ben definito da questa ulteriore comunicazione del Viminale e comprendano che l’evoluzione verso un turismo migliore possa consentire a chiunque di svolgere il proprio lavoro con profondo senso civico e nel rispetto delle norme sancite e ben espresse”.
Infine, Federalberghi e Acai avevano eccepito che Fare non rappresenterebbe il settore extralberghiero, ma il Consiglio di Stato ha disatteso questa doglianza. Quindi arriva in concreto la conferma “giuridica” che Fare è rappresentante legittima dell’extralberghiero.
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