Turismo balneare in Puglia, quando l’accoglienza in spiaggia diventa “valore”

Mentre in Regione la politica si arrocca in una “singolar tenzone” fatta di accuse di sciatteria, rimandi a ordinanze balneari e cavilli normativi, la realtà dei fatti si consuma sul bagnasciuga. I pugliesi sono ancora tutti al mare a godersi il sole, ma privati di qualsiasi servizio: i lidi attrezzati, infatti, hanno dovuto smantellare tutto lo scorso 13 settembre.

Ci si ritrova così a stendere il telo sull’erba di prati curati per mesi a dispetto dell’estate torrida, ma con la paura di fare un tuffo, dato che i bagnini non possono essere contrattualizzati oltre la scadenza ufficiale. L’ostinazione del “politichese” ignora che ottobre, in Puglia, non è solo meteorologicamente balneabile, ma è a tutti gli effetti il prolungamento della stagione.

Quel paio d’ore di sole terapeutico è un diritto identitario per ogni barese, brindisino o leccese che vuole arrivare a Natale con la gioia sulla pelle. Senza contare i turisti, quegli stessi protagonisti dei numeri record celebrati fino allo sfinimento nelle scorse settimane, che “scendono a mare” cercando invano i servizi delle strutture che erano state loro consigliate e ritrovandosi con il solo telo doccia in mano.

Ma qui riportiamo una storia bella e di concreta dedizione, accoglienza e grande esempio per tutti i 985 chilometri di costa pugliese. Qui non si racconta la spiaggia come industria delle vacanze, fatta di scontrini, lettini e distanza tra gli ombrelloni, ma si mostra una impostazione differente nel modo di fare business.


Ivano Melacca, titolare dell’Apulian beach club a Specchiolla (Br), ha scelto una strada diversa, cambiando il linguaggio e i contenuti del suo lido. Una scelta finalizzata ad accogliere tutti, dai bambini ai nonni.

Ivano, in cosa è differente la sua struttura balneare?

«Sono partito dall’ascolto e dai bisogni dell’utenza La spiaggia non è solo un pezzo di sabbia con vista sul mare. È uno spazio liminale, un luogo sospeso dove le persone lasciano la pesantezza della vita quotidiana per cercare una dimensione più autentica. Quando ho deciso di cambiare rotta, l’ho fatto pensando a una comunità che aveva smarrito il senso dello stare insieme.

Non volevo clienti, ma ospiti nel senso più antico del termine: persone da accogliere sotto lo stesso tetto. Dal punto di vista antropologico, il nostro stabilimento è tornato a essere un “punto di ritrovo”: le  persone qui non vengono solo a prendere il sole. Vengono per ritrovare una parentela elettiva, un senso di appartenenza che altrove, nelle città frammentate, si è perso».

Ha coinvolto target di clientela diversissimi, dai più giovani agli anziani, creando un ecosistema in cui tutti sembrano coesistere in armonia, anche durante gli eventi a tema.  Da osservatore attento, quasi un “padre di famiglia” di questo microcosmo, ha visto evolversi le relazioni tra le generazioni sotto il suo ombrellone?

«Il mare ha un potere livellatore fortissimo: in costume siamo tutti uguali, cadono le maschere sociali, i ruoli rigidi, le differenze anagrafiche. Quello che ho cercato di fare è stato ripristinare il concetto di villaggio.
Oggi le nostre città separano i giovani dagli anziani, li mettono in compartimenti stagni.
Qui dentro, invece, ho visto crearsi una continuità culturale naturale: il nonno che racconta la storia di mare al ragazzo della generazione Z, i giovani che insegnano un gioco o un linguaggio nuovo agli adulti. È una trasmissione di saperi e di leggerezza che si autoalimenta. Io mi limito a custodire questo spazio affinché nessuno si senta estraneo. È come una grande tavolata di famiglia: c’è chi ha bisogno di correre e chi di riposare, ma alla fine ci si ritrova tutti nello stesso abbraccio».


Viviamo in un’epoca storica segnata da ansie, velocità e iperconnessione. La sua proposta balneare punta sulla leggerezza, sul divertimento sano e sulla coccola quotidiana. In termini di antropologia culturale, perché oggi la spiaggia è diventata il luogo principe della cura dell’anima prima ancora che del corpo?

«Perché la spiaggia è uno dei pochi luoghi rimasti dove è concesso il lusso della “sosta”.   Fuori da qui, la società ci chiede di essere performanti, produttivi, sempre raggiungibili. Qui da noi, il tempo rallenta e diventa circolare, non più lineare e oppressivo. La coccola di cui lei parla, che sia un gesto gentile, un’attenzione inaspettata, un’attività pensata per far sorridere, è un antidoto alla solitudine contemporanea.
Le persone arrivano da noi cariche di tensioni e, giorno dopo giorno, le vedo “alleggerirsi”, quasi spogliarsi delle corazze mentali. Più che offrire servizi, noi offriamo un “permesso”: il permesso di staccare la spina, di tornare a giocare, di sentirsi protetti come in una casa sicura».

Qual è l’eredità invisibile che spera che ciascuno dei suoi ospiti si porti via quando l’estate finisce e si torna alla vita di tutti i giorni?

«Spero che portino con sé la consapevolezza che la cura reciproca è possibile.
Vorrei che tornassero in città con la memoria fisica ed emotiva di cosa significa sentirsi parte di una comunità che non giudica, ma accoglie. Io mi sento un custode di questo equilibrio fragile e prezioso. Quando vedo i bambini ridere sicuri sulla sabbia e gli adulti rilassati che si guardano intorno con un sorriso, capisco che il nostro compito non è fare economia, ma custodire spazi di umanità. Questa è la vera ricchezza di questo luogo».