Viaggio negli Anni di Piombo con “Due Sassi nello Stagno”

Raccontare il Paese, o meglio una delicata e cruciale fase storica di questo Paese – la coda degli Anni di Piombo -, attraverso l’evoluzione di carriera di un giovane magistrato, entrato a far parte, suo malgrado, della variegata schiera dei cosiddetti “pretori d’assalto e giudici ragazzini”: così etichettati, qualche anno più tardi, dal piglio provocatore del Presidente della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga.

Raccontarlo in un esordio letterario, quello del già procuratore della Repubblica a Bari, Giuseppe Volpe “Due Sassi nello Stagno” – ERF Edizioni, dipanando la narrazione lungo la vicenda parallela del duplice omicidio di due giovani ragazze, uccise l’8 marzo Festa della Donna – nella medesima strada e quasi alla stessa ora – in una “tranquilla” località lacustre del Nord Italia.


Fatti di cronaca veri, che danno all’autore la possibilità di delineare e sottolineare in quanta e con quanta solitudine si svolgesse, in quegli anni, la gravosa e responsabile attività dei magistrati, in ogni ordine e grado di competenza, a cui spesso si aggiungeva l’isolamento conseguente all’esodo territoriale: dato che i flussi facevano registrare un’accentuata propensione “meridiana” alla formazione giuridica destinata, poi, ad operare in contesti necessariamente lontani dei luoghi natii.

Una sorta di lotta quotidiana, in assenza ancora degli strumenti tecnologici odierni e disponibili, che affinava e temprava l’attitudine degli stessi magistrati – spesso alle prese anche con conflitti procedurali tra procuratori, sostituti e giudici istruttori – nell’esercizio di individuazione dei criteri di raccolta di prove e indizi, per lo svolgimento delle indagini.

Una trama originale, che inquadra immediatamente i probabili colpevoli e accompagna la tensione del lettore con la certosina ricerca degli elementi probativi, magari ricorrendo all’innata capacità di “fare di necessità virtù” e di reagire con intuito all’imprevisto. Spostando, inoltre, l’usuale occhio di bue sul protagonista: dal tradizionale commissario, ispettore o avvocato al magistrato istruttore.

L’occasione per riaprire uno squarcio e riportare l’attenzione sulle troppe vittime cadute sotto i colpi assassini di una violenza e di una strategia che sovvertirono equilibri e relazioni sociali di un Paese allo sbando: da Rosario Livatino ucciso dal Stidda a Giovanni Bachelet, vice-presidente del Csm, freddato dalle Brigate Rosse sulla scalinata dell’Università di Roma sotto gli occhi della sua assistente (Rosy Bindi).

Fino al tragico e tutt’oggi controverso epilogo del caso Moro, col rapimento dello statista e l’uccisione degli uomini della scorta prima, i 55 giorni del sequestro e infine il cadavere ostentato nel portabagagli di una Renault in via Cateani. Una sequenza senza dissolvenza, che allungherà ancora i suoi riflessi drammatici su due simboli come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Un gesto di amore e di sano orgoglio professionale nei confronti di una passione e di un rigore capace di segnare una carriera brillante e una serie di rapporti innanzitutto personali. Sullo sfondo di queste pagine curate nella scrittura e nella forma, grazie al lungo esercizio di rendere chiare e applicabili le numerose sentenze prodotte, il taglio romantico di una relazione affettiva: quella con Giulia.

A tal proposito, una domanda finale accende la fantasia del lettore: “Conoscendo le radici classiche della formazione dell’autore nato a Terlizzi (Ba) e individuando la medesima radice nei nomi di Giulia e Giustizia: è ipotizzabile una sovrapposizione di affetto e passione?”. Buona lettura!

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