«Volto Verso», a Bari la mostra antologica di Corrado Veneziano

Ci sono artisti che espongono opere. E poi ci sono artisti che costruiscono percorsi da attraversare lentamente, lasciandosi guidare da simboli, colori e rimandi culturali. È il caso di Corrado Veneziano, protagonista a Bari della mostra «Volto Verso», in programma a Palazzo Starita dal 13 maggio al 14 giugno.

L’esposizione raccoglie circa 70 tele tra lavori storici e opere mai presentate prima al pubblico, offrendo uno sguardo ampio su uno degli artisti italiani contemporanei più presenti sulla scena internazionale. Veneziano, PhD in Arte e Lettere, ha portato le sue mostre personali in Italia e all’estero con progetti come «Segni», presentato su invito del Governo cinese, «Leonardo Atlantico», sostenuto dal Museo del Louvre e dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, «Dante e altre visioni», promosso dal Ministero della Cultura, e «Visse d’arte», con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

A Bari il percorso espositivo si sviluppa come un viaggio dentro la sua ricerca artistica. Si parte dai celebri «Non Luoghi», apprezzati da Achille Bonito Oliva e Marc Augé, per arrivare alle tele che reinterpretano loghi e marchi commerciali in chiave ironica e concettuale, già esposte in musei e istituzioni culturali tra Parigi, San Pietroburgo e Cina. Accanto a queste trovano spazio i lavori ispirati alla letteratura, alla filosofia e al “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci, progetto che fu presentato ad Amboise con il patrocinio del Louvre.

Tra le opere più note esposte a Palazzo Starita ci sono «Erodoto, Storie», diventata nel 2017 il logo del Prix Italia della Rai, e «L’inferno, evocando Buffalmacco», trasformata nel francobollo ufficiale dello Stato italiano dedicato alla prima cantica della Divina Commedia. Non manca «Yeshu’a il volto di Cristo», ciclo pittorico dedicato alle lacerazioni contemporanee e sostenuto dal Comitato Giubilare del Vaticano.

La mostra diventa anche l’occasione per vedere riuniti i lavori più recenti dell’artista, compreso il nuovo ciclo dedicato a «Turandot», presentato integralmente al pubblico proprio a Bari dopo le esposizioni dello scorso aprile al Teatro alla Scala di Milano e al Teatro del Giglio di Lucca in occasione del Centenario dell’opera pucciniana. In queste tele Veneziano intreccia suggestioni cinesi, persiane, egizie e greche, trasformando la figura di Turandot in un racconto visivo sospeso tra Oriente e Mediterraneo.

Curata da Francesca Barbi Marinetti, «Volto Verso» è anche un ritorno simbolico nella città che ha segnato profondamente il percorso dell’artista.

«Molte delle mie scelte estetiche e cromatiche sono nate proprio a Bari – racconta Veneziano – dai volti della sua gente e dalle sfumature del mare e del cielo. “Volto verso” si gioca anche su una ambiguità fonetica, perché il volto, pronunciato con la O chiusa, è il viso, la testa. Il vòlto, invece, con la O aperta e il movimento, è una tensione verso. Anche il verso significa poesia, ma significa anche direzione. La dimensione è che è razionale, ma è anche molto magica, molto poetica. E quindi è il tentativo, questa è un’antologica, una mostra per me importante, perché metto insieme tanti cicli. E in questi cicli cerco di restituire quelle che sono un po’ le anime, che ho sempre coltivato. Credo che un artista debba avere una tensione plurale. Quindi io mi sono misurato con il figurativo, mi sono misurato anche un po’ con l’astratto, con il cromatismo, con dimensioni che sono più interiori, mistiche, chiamiamole così, e anche con aspetti di natura più politica».

Perché un’antologia?

«Le antologiche permettono anche un po’ di fare un bilancio. Sono felice di farlo a Bari, in un posto spettacolare, Palazzo Starita, da poco restituito alla città, grazie alla Fondazione Puglia. Ora sono anche un po’ ansioso di sapere il tipo di risposta di gente che è mia amica e che ho trovato qui. Troverò i miei coetanei e gente che ha fatto con me le scuole elementari, medie. Io poi sono andato via, ma ho uno zoccolo duro, sia familiare sia amicale qui, che difendo e che voglio continuare a preservare. E’ un modo per vedere anche l’evoluzione o l’involuzione. Le riflessioni. I cambiamenti in ordine al lavoro dell’arte: ho cominciato a lavorare facendo il regista di teatro, poi ho insegnato, anche a lungo, ma nel frattempo sempre in parallelo ho dipinto. Poi a un certo punto è prevalso in maniera così forte e prepotente l’aspetto pittorico, per cui mi sono dimissionato dal lavoro e mi sono dedicato esclusivamente a questo ambito professionale che mi piace, mi dà dolcezza, serenità e mi fa guardare anche il mondo con un occhio più interessato. Anche più coinvolto.

Qual è il quadro che lei preferisce?

«È il primo che ho fatto, che porto sempre con me, e l’ultimo; un po’ come gli amori, un po’ come le città, per cui mi piacciono molto i quadri che ho fatto sui non-luoghi. I non-luoghi rappresentano il tentativo di prendere un marciapiede, un vetro rotto, una parete sporca, un marciapiede da cui fuoriescono le radici, e farlo diventare poetico. Quindi, cosa voglio io? Una mattonella in una parete? Ecco, quella mattonella deve raggiungere un po’ la purezza. Poi mi piacciono gli ultimi lavori che ho fatto su Turandot. Ce n’è uno in particolare che mi ha reso felice, nel farlo e nel guardarlo, che è uno dei vari pentagrammi dedicati a Puccini. Mi sono misurato molto nel corso del tempo con autori importanti, Leonardo da Vinci, Dante Alighieri, Cavalcaselle, Giovanni Battista Cavalcaselle, Puccini, e da loro ho imparato sempre e non lo dico per retorica. Ho imparato sempre qualche cosa, e quindi mi piace continuare a fare questo lavoro».

La mostra, ospitata negli spazi di Palazzo Starita grazie alla collaborazione con Fondazione Puglia e Puglia Cultura Territorio, è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 21.